| Recensione |
Sognava
d’essere Bartali, Learco, che, forse non a caso, porta il nome di un
altro campione del ‘900, Guerra. Sognava la gloria sportiva sin da
bambino, quando pedalava su e giù per le strade bianche e
polverose
delle colline fiorentine e ad ogni osteria c’era un traguardo ad
attenderlo con la coppa del vincitore ed il bacio di miss tappa.
Sognava e correva ed i baluginio dei raggi delle ruote della sua bici
ed il pigolio del rocchetto scandivano la sua prossima, sicura carriera
di campione. Ma Learco partiva in salita, senza soldi e con le
prospettive di un bambino che trascorre la sua vita all’interno di un
ospizio per vecchi, con la visione costante del tramonto e mai
dell’aurora. Il ragazzo delle Cinque Vie, però, possiede risorse
interiori insospettate: è un combattente nato, più un
pugile che un
ciclista. Prende qualche pugno ed è pronto a rialzarsi, roteando
con
furia i guantoni. Il ciclismo diventa la metafora della sua vita ma con
risultati diversi. L’ospizio per i vecchi che gli ha rattristato
l’adolescenza, diventa una meta ed il lavoro un momento di riscatto
sociale. Adesso Learco sogna ma i suoi sogni non si spengono all’alba.
Adesso Learco corre, supera gli ostacoli e realizza i suoi sogni. E di
Bartali non gliene importa più di tanto.
Claudio Contrafatto
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